Ambiente Legale Digesta, Settembre - Ottobre 2016

TRIBUNALE

D.LGS. 231/01

RESPONSABILITA’ - Cass. Pen, Sez.  IV, 14 giugno 2016,  n. 24697 

Responsabilità penale – Violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - Art. 25 - septies del d.lgs. 231/2001.

L'individualizzazione della responsabilità penale impone di verificare, cioè, non soltanto se la condotta abbia concorso a determinare l'evento  e se la condotta sia stata caratterizzata dalla violazione di una regola cautelare sia essa generica o specifica, ma anche se l'autore della stessa potesse prevedere, con giudizio "ex ante" quello specifico sviluppo causale ed attivarsi per evitarlo.
In tale ambito ricostruttivo, la violazione della regola cautelare e la sussistenza del nesso di condizionamento tra la condotta e l'evento non sono sufficienti per fondare l'affermazione di responsabilità, giacché occorre anche chiedersi, necessariamente, se l'evento derivatone rappresenti o no la "concretizzazione" del rischio, che la regola stessa mirava a prevenire; e se l'evento dannoso fosse o meno prevedibile, da parte dell'imputato.
L'articolo 43 c.p. reca una formula ricca di significato: il delitto è colposo quando l'evento non è voluto e "si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia...". Viene così chiaramente in luce, e con forza, il profilo causale della colpa, che si estrinseca in diverse direzioni.
La responsabilità colposa non si estende a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione della norma, ma è limitata ai risultati che la norma stessa mira a prevenire. Tale esigenza conferma l'importante ruolo della prevedibilità e prevenibilità nell'individuazione delle norme cautelari alla cui stregua va compiuto il giudizio ai fini della configurazione del profilo oggettivo della colpa. Si tratta di identificare una norma specifica, avente natura cautelare, posta a presidio della verificazione di un altrettanto specifico evento, sulla base delle conoscenze che all'epoca della creazione della regola consentivano di porre la relazione causale tra condotte e risultati temuti; e di identificare misure atte a scongiurare o attenuare il rischio.

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SANZIONI - Cass., Sezioni Unite Penali, 27 maggio 2016, n. 22474  

False comunicazioni sociali - L. 27 maggio 2015, n. 69, articolo 9 – Art.  2621 c.c.

Tutta la normativa civilistica presuppone e/o prescrive il momento valutativo nella redazione del bilancio, anzi ne detta (in gran parte) i criteri, delineando un vero e proprio metodo convenzionale di valutazione.
D'altra parte, l'articolo 2423 c.c., al comma 3, cita esplicitamente, accanto alla "rilevazione", la "valutazione" dei dati da riportare in bilancio. Il medesimo articolo, poi, nell'imporre al redattore del bilancio la elaborazione di un documento che rappresenti "in modo veritiero e corretto" tanto la situazione patrimoniale e quella finanziaria della società, quanto il risultato economico dell'esercizio, consente, inoltre, da un lato (comma 3), di trascurare "i dati irrilevanti" ai fini della predetta rappresentazione, dall'altro (comma 4), di discostarsi, "in casi eccezionali", dai criteri valutativi fissati per legge (negli articoli seguenti), se ciò possa essere di ostacolo proprio a quella esposizione veritiera e corretta dell'assetto societario. Ma, è il caso di notare subito, tale deroga non solo deve essere giustificata dalla situazione contingente, ma deve trovare esauriente spiegazione nella nota integrativa (articolo 2427 c.c.), la quale ha la funzione di "motivare la deroga e deve indicarne l'influenza sulla rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria e del risultato economico". Inoltre, "gli eventuali utili derivanti dalla deroga devono essere iscritti in una riserva non distribuibile, se non in misura corrispondente al valore recuperato".
E dunque, "sterilizzare" il bilancio con riferimento al suo contenuto valutativo significherebbe negarne la funzione e stravolgerne la natura.

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SANZIONI - Cass. Pen., Sez. II, 3 marzo 2016, n. 8854

Ripristino della misura cautelare sospesa - Richiesta dell’ente di poter realizzare gli adempimenti per l’esclusione delle sanzioni interdittive a norma dell’art. 17 del d.lgs. 231/2001.

Questa Corte, sia pur in materia cautelare personale, ma in riferimento all'art. 299 c.p.p., disposizione mutatis mutandis funzionalmente sovrapponibile all'art. 50 D. Lgs. n. 231 del 2001, ha in più occasioni chiarito che, in sede di appello cautelare, il Tribunale dispone di un ampio potere cognitivo, che lo legittima a prendere in considerazione fatti nuovi emersi dopo l'emissione (o il diniego di emissione) della misura cautelare; peraltro, a seguito di annullamento con rinvio, tale potere è condizionato, oltre che dalle valutazioni espresse dalla Corte di legittimità nel giudizio rescindente, dalla esigenza che i fatti nuovi posti a base del rinnovato appello incidano sull'originaria legittimità del titolo cautelare, poiché gli elementi sopravvenuti non incidenti sulla originaria legittimità del provvedimento custodiale trovano la loro naturale rilevanza nell'ambito di una richiesta di revoca o di modifica della misura cautelare, da proporsi autonomamente ai sensi dell'art. 299 c.p.p. (Sez. I, sentenze n. 5600 del 12 novembre 1996, C.E.D. Cass. n. 205997, e n. 2527 del 24 gennaio 2004, C.E.D. Cass. n. 227894), ovvero - con specifico riferimento al caso di specie - ex art. 50 D. Lgs. n. 231 del 2001.

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SANZIONI - Cass. Pen., Sez. V,  22 febbraio 2016, n. 6916

Bancarotta fraudolenta impropria - False comunicazioni sociali.

In tema di bancarotta fraudolenta impropria "da reato societario", di cui all'art. 223, secondo comma, n. 1, R.D. 16 marzo 1942 n. 267, la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 cod. civ., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato - eliminando 1'inciso "ancorchè oggetto di valutazioni", ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai "fatti materiali non rispondenti al vero" – una successione di leggi con effetto abrogativo, peraltro limitato alle condotte di errata valutazione di una realtà effettivamente sussistente.
Il nuovo assetto dei reati di false comunicazioni sociali  è costituito da due fattispecie incriminatrici (artt. 2621 e 2622), caratterizzate entrambe come reati di pericolo e differenziate alla luce della tipologia societaria, e da due norme (artt. 262l bis e 2621 ter) riferite solo all'art. 2621 e contenenti una cornice di pena più mite per i fatti di "lieve entità" e una causa di non punibilità per la loro "particolare tenuità".
La condotta del "nuovo" art. 2621 cod. civ. consiste nella esposizione "nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero" o di omettere "fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore".
I «fatti materiali», non ulteriormente qualificati, sono l'oggetto tipico della sola condotta di esposizione contemplata dall'art. 2622 cod. civ.; diversamente i «fatti materiali rilevanti» costituiscono l'oggetto tipico dell'omessa esposizione nel medesimo art. 2622 cod. civ. e rappresentano anche l'oggetto della condotta tipica - sia nella forma commissiva, sia nella forma omissiva - nell'art. 2621 cod. civ..


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